Regista: Kevin Williamson
Cast: Neve Campbell, Courteney Cox, Isabel May, Jasmin Savoy Brown, Mason Gooding, Anna Camp, Joel McHale, Mckenna Grace, Michelle Randolph, Jimmy Tatro, Celeste O’Connor, Sam Rechner, Ethan Embry, Timothy Simons, Mark Consuelos, David Arquette, Scott Foley, Matthew Lillard, Amy Louise Pemberton, Josh Thrower, Victor Turpin, Roger Jackson
Genere: Horror
Durata: 114 minuti
Cinema Garibaldi di Piazza Armerina
Dal 6 all’ 11 Marzo
ESCLUSO Martedì 10 Marzo
1° SPETTACOLO alle ore 19:00
2° SPETTACOLO alle ore 21:30
Trama: Mentre il culto per le gesta degli assassini di Woodsboro e per la serie di film Stab a queste ispirata non accenna a scemare, una nuova ondata di omicidi si abbatte su Pinegrove, il luogo in cui Sidney Prescott ha trovato rifugio lontano dai riflettori. Ancora una volta gli assassini mascherati da Ghostface hanno lei nel mirino e utilizzano il volto del defunto Stuart Macher – uno dei killer che hanno dato il via alla scia di sangue – per terrorizzarla. Ma si tratta di un deep fake costruito ad arte o Stuart è davvero tornato, assetato di vendetta? La domanda, più che alimentare un autentico mistero, diventa il pretesto per rimettere in moto un meccanismo narrativo che conosciamo fin troppo bene.
Discusso e rimandato, complice il cambio di cast in corsa – con l’allontanamento di Melissa Barrera per dichiarazioni pubbliche contro lo Stato di Israele – il settimo capitolo del più celebre franchise slasher degli ultimi trent’anni sceglie la via del ritorno nostalgico.
Neve Campbell torna al centro della scena e Kevin Williamson, ideatore della saga insieme a Wes Craven, assume la regia, in un’operazione che punta dichiaratamente sulla memoria e sull’autocoscienza. Le autocitazioni si moltiplicano in una parata di omicidi e di scream queen che evocano il fantasma di Stuart, morto nel 1996 ma ormai mitizzato al pari di un’icona pop.
Alcune intuizioni visive – la sequenza nel teatro, l’assedio nel bar, l’omaggio al cinema di Dario Argento che culmina con la lotta sospesa al lampadario nell’incipit – mostrano una cura formale superiore a quella degli ultimi capitoli. Il problema è che queste invenzioni restano dettagli isolati, incapaci di incidere su un plot che annega nella coazione a ripetere. Il gioco metacinematografico, cifra distintiva del primo Scream, qui si riduce a un rituale prevedibile: sospetti a rotazione, telefonate minacciose, rivelazione finale (con inevitabile lavoro di équipe per Ghostface), in un loop che replica se stesso senza la freschezza originaria.
Il vero elemento di interesse risiede allora nella riflessione sull’uso spregiudicato delle tecnologie contemporanee. Se nel 1996 l’angoscia nasceva dall’anonimato della linea telefonica e dall’impossibilità di localizzare il maniaco, oggi sono l’intelligenza artificiale e il deep fake a generare inquietudine. Il volto di Stuart manipolato digitalmente diventa metafora di un presente in cui identità e verità sono costantemente falsificabili. Più che i coltelli, a spaventare è la dissoluzione della privacy e la facilità con cui chiunque può indossare – virtualmente – la maschera di Ghostface.
Il film sembra suggerire che il killer senza volto non sia più un’eccezione, ma una possibilità diffusa: un riflesso oscuro di una società che trasforma ogni trauma in contenuto e ogni omicidio in tendenza. Non è un caso che l’incipit insista sulla museificazione dei delitti, sull’archiviazione compulsiva della violenza in un sistema di fandom e di culto. Scream 7 parla così anche di sé, della propria sopravvivenza in un panorama dominato dalla nostalgia e dalla serializzazione infinita.
Resta però il dubbio che lo spunto tecnologico, pur interessante, non venga sviluppato fino in fondo. La sensazione di familiarità – Sidney sotto assedio, Sidney e le rivelazioni di Gale, il consueto “whodunit” – finisce per appiattire la tensione, trasformando la saga in un esercizio di stile autoreferenziale. A quasi trent’anni dai primi squilli di telefono del 1996, la longevità del franchise è di per sé sorprendente. Che possa continuare a rinnovarsi, dopo aver sacrificato una nuova generazione di volti in favore di un revamping nostalgico, è questione che solo il pubblico potrà sciogliere.
Potrà ancora il fascino della maschera di Ghostface prevalere sul tedio della ripetizione? Il settimo capitolo sembra oscillare tra celebrazione e stanchezza, tra desiderio di immortalità e consapevolezza di essere ormai entrato nella fase museale del proprio mito. In un’epoca di memoria a breve termine e trend effimeri, anche l’orrore deve reinventarsi. E non è detto che basti indossare ancora una volta la stessa maschera.
